Il centro dell'abitare


Ogni spazio individuale ha bisogno di un proprio centro. Non un centro geometrico, non il punto medio tracciato con precisione, ma un centro riconoscibile, percepibile, abitabile. Un punto da cui qualcosa prende senso.

Il centro è il primo atto di orientamento. È ciò che consente di distinguere il vicino dal lontano, l’interno dall’esterno, ciò che mi appartiene da ciò che mi è estraneo. Il centro è ciò che stabilizza e permette l’identificazione.

Se pensiamo a ciò che accade nella crescita di un bambino, è interessante osservare come tutto inizi proprio da lì. Come spiegava Jean Piaget, il bambino non esplora il mondo in modo astratto. Inizia dal proprio corpo, dal proprio equilibrio, dal proprio punto di riferimento. Prima riconosce sé stesso nello spazio, poi può distinguere il sopra dal sotto, il vicino dal lontano. Senza un centro vissuto non esiste esplorazione possibile. Non si può andare verso qualcosa se non si sa da dove si parte.

Questa struttura non riguarda solo l’infanzia. È una condizione permanente dell’essere umano.

Non è un caso che molte culture abbiano definito un proprio “ombelico del mondo”. L’Omphalos di Delfi per i Greci, il Campidoglio come Caput Mundi per Roma, la Kaʿba verso cui si orienta il mondo islamico. Non si tratta semplicemente di punti geografici, ma di dispositivi simbolici che stabilizzano l’ordine del mondo. Il centro non è solo un riferimento fisico: è un atto di fondazione.

Anche nell’ambito progettuale il centro non è un artificio compositivo, ma una questione di struttura esistenziale. Quando manca un principio di concentrazione, lo spazio si disperde. Quando invece esiste un nucleo riconoscibile — talvolta evidente, talvolta sottile — l’esperienza si organizza.

Il centro può essere un vuoto, una luce, un focolare, una corte, una sequenza che converge. Non è una forma obbligata. È un principio che diventa qualità.

La casa, in questo senso, non è semplicemente un insieme di ambienti. È il primo centro della propria esistenza. È il punto da cui si misurano le distanze, da cui si generano i percorsi quotidiani, da cui si costruisce appartenenza. In molte culture arcaiche l’allontanamento dalla tribù era la pena più grave: non tanto per il pericolo fisico, quanto per la perdita del proprio centro esistenziale.

Abitare significa avere un punto da cui partire e a cui tornare. Significa avere un riferimento esistenziale fondamentale.

Forse è proprio qui che si misura la qualità di uno spazio: nella sua capacità di offrire orientamento, di permettere riconoscimento, di diventare un centro attorno a cui l’esperienza possa organizzarsi nel tempo.

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